1950

Una città ferita

L’eccidio delle Fonderie riunite

L’esclusione delle sinistre dal governo nel 1947 e la loro sconfitta nelle elezioni del 1948 aprono una fase di forte tensione tra le forze politiche, alimentata dal contesto internazionale della Guerra fredda. Contestualmente, agitazioni mezzadrili e bracciantili e lotte operaie diventano occasione per conflitti che trascendono gli obiettivi concreti, e sono piuttosto lette dal governo, dalle autorità e dalle élites economiche – in continuità con le culture che si erano consolidate in epoca fascista – come un problema di ordine pubblico e come minaccia degli assetti politici più generali.

Esito drammatico di questa impostazione è la violenza delle autorità di polizia nei confronti dei lavoratori, come accade a Modena il 9 gennaio 1950. Nel corso di una manifestazione sindacale per impedire la riapertura a ranghi ridotti delle Fonderie riunite – luogo simbolo dei conflitti operai avvenuti nel modenese per l’intransigenza della proprietà, arricchitasi durante e grazie al fascismo – la zona intorno alla fabbrica viene occupata militarmente dalle forze dell’ordine.

Verso le 10, carabinieri e polizia aprono il fuoco dal tetto della fabbrica e dall’area antistante la fabbrica, provocando tre morti, mentre un altro manifestante viene circondato, colpito ripetutamente con i calci dei fucili e finito con un colpo a bruciapelo. La caccia ai lavoratori dura due ore, provocando centinaia di feriti e due nuovi morti, entrambi centrati da colpi di fucile alle spalle, mentre stanno scappando. Un vero e proprio agguato, se si considera che solo i carabinieri sparano 158 colpi d’arma da fuoco, ai quali vanno aggiunti quelli delle forze di polizia.

Malgrado il tentativo di accusare i manifestanti di avere aggredito le forze dell’ordine – e non a caso l’unico processo che si svolgerà sarà a carico di 34 lavoratori – appare evidente l’impiego sproporzionato della forza e l’incapacità dei funzionari presenti a gestire la situazione, e questo produrrà qualche ripensamento e un mutamento nelle strategie repressive del governo e delle forze di polizia, che inizieranno a utilizzare altri strumenti rispetto all’uso così esplicito della violenza armata, che comunque continuerà a essere utilizzata per alcuni anni. È stato calcolato che tra il 1948 e il 1954 siano stati uccisi in Italia 75 lavoratori in occasione di conflitti di lavoro.