1946

I treni della felicità

 Accolti a Modena più di 5000 bambine e bambini

Il 21 gennaio 1946, alle ore 10,15 entra in stazione a Modena il primo convoglio con i bambini provenienti da Roma. Verso mezzogiorno il convoglio viene diviso in due, 424 bambini sono portati a Mirandola e 742 proseguono verso Carpi. Ad accoglierli a Carpi c’è una folla immensa, tra loro il sindaco di Carpi Bruno Losi e quello di Modena Alfeo Corassori a cui si deve la denominazione “treni della felicità”.

Il discorso di accoglienza a nome del Comitato protezione dell’infanzia, costituito da Comune, Curia Vescovile, Unione donne italiane (Udi) e Centro italiano femminile (Cif), è pronunciato dalla consigliera comunale carpigiana Maria Podestà (madre di Sandro Cabassi, partigiano, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria). Altri bambini provenienti da Roma arrivarono il 27 gennaio e il 4 febbraio.

A Modena già il 23 dicembre 1945 e il 6 gennaio 1946 erano arrivati bambini dalla montagna modenese che avevano trovato ospitalità presso famiglie di Soliera, Bomporto e Vignola.

Altri arrivi, da diverse regioni d’Italia, si susseguono per tutto il mese di gennaio.

In quell’anno arrivano a Modena 3.722 bambini romani e 928 bambini della montagna modenese.

L’iniziativa prosegue l’anno successivo, il 1947, con l’arrivo a Modena due scaglioni di bambini napoletani.

Tra il 1945 e il 1947, nella provincia modenese, si stima siano arrivati circa 5.000 bambine e bambini.

L’idea di far accogliere i bambini abbandonati e provati dalla guerra in realtà agricole e quindi con maggiori risorse alimentari era stata di Teresa Noce, dirigente comunista e partigiana da poco rientrata dal campo di Ravensbrük che, nell’inverno del 1945, cercava di dare sollievo all’infanzia milanese con ciò che rimaneva della struttura organizzativa dei Gruppi di difesa della donna, poi confluiti nella nascente Unione donne italiane (Udi).

Dal successo di quell’esperienza nasce di una straordinaria rete di solidarietà che, sostenuta dal Pci, accoglie tra Modena, Reggio Emilia e Bologna per mesi (talvolta anni) oltre 70.000 figli del Sud vittime delle conseguenze belliche. Tale movimento affondava le sue radici in una tradizione di lunga durata, in quel solidarismo delle masse lavoratrici – elemento fondamentale del mutualismo e della cooperazione del territorio emiliano – e traeva linfa dal protagonismo femminile che muoveva i primi passi nella sfera pubblica.

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